Ancora primavera. Ancora quel senso di stordimento che porta con sé la primavera piena, quell’annuncio di un caldo profumato che però trattiene nelle ossa gli intermittenti rigori dei nostri miti inverni… Tanto più contraddittorio è il nostro sentire in questo aprile stremato da un anno di pandemia, dalle sue sofferenze, paure, lutti, fatiche, inganni, illusioni, dolori, e che tuttavia – o forse proprio per questo – ha nostalgia di vita, attesa di fioritura, di guarigione, di incontri, di bellezza. Pasqua (Pesach), la festa ebraica che ricorda il passaggio del mare e la liberazione dalla schiavitù in Egitto, cade intorno alla metà del mese di aprile, per ricordare nello stesso spazio di tempo il dolore della schiavitù e la speranza della libertà. È nella stessa festa di Pesach che è collocato, per i cristiani, l’”evento” della risurrezione di Gesù di Nazaret. Che tuttavia non splende nel fulgore in cui l’ha voluto un filone della tradizione pittorica. Ma avviene tra una croce e una speranza, tra una notte e un’alba incerta. Tra il nero inverno e un’attesa della luce.

Avevamo fatto il nostro ingresso nella tragedia generata dal Covid-19 nel mese di marzo del 2020. Un dramma reale e collettivo che sollevava domande universali e al contempo concrete su cosa fossero la sopravvivenza e la vita, con il loro gomitolo di aspettative e lutti, di speranze frustrate e diniego del futuro. Entrando nella tragedia, come accade sempre nella storia umana, erano stati approntati gli unguenti della farmacopea spirituale. Il sentimento di fraternità produceva una profusione di simboli e imponeva partecipazioni collettive a medicare la sofferenza che si era riversata senza preavviso e che aveva portato al primo duro lockdown. Chiudere le porte del mondo, e per noi anche delle chiese, spalancava portali spirituali, costringeva all’invenzione che attenua la perdita e il lutto: dai balconi su cui si assiepavano i cantanti occasionali, fino agli eroismi imposti a chi faceva il proprio mestiere nell’assistere i morenti, immagini di infermiere esauste, tute anticontaminazione, scritte colorate a pennarello col monito che tutto sarebbe andato bene, camion militari notturni a trasportare bare, il pontefice nel buio solo contro il vuoto a pregare. Anche nelle nostre parrocchie abbiamo cominciato a scoprire l’utilizzo di liturgie in streming, abbiamo trasmesso le Messe in tutte le forme possibili e immaginabili, abbiamo provato ad organizzare on line la catechesi dell’iniziazione con i nostri ragazzi, come pure gli incontri di formazione per i giovani e gli adulti. Ci sono state delle esperienze che poi hanno preso corpo gradualmente, alcune magari anche piuttosto efficaci, però inizialmente il disorientamento è stato totale. Uno dei frutti più significativi di questa esperienza è stata probabilmente la scoperta della presenza reale del Signore nei poveri e ci siamo fatti prossimi ai più bisognosi nelle situazioni e nelle forme più varie. Potevamo sostituire la presenza reale nel pane e nel vino consacrati con l’idea altrettanto forte e teologicamente centrale della presenza reale di Cristo nei poveri. Ma il rischio, a volte divenuto realtà, è stato e può continuare ad essere, di percepire l’esperienza religiosa come “spettacolo” da vedere più che da vivere. Alla smaterializzazione del lavoro, della scuola, della vita relazionale è necessario – per quanto è possibile – non aggiungere anche quella dell’esperienza religiosa…

A distanza di un anno dobbiamo prendere atto che ormai “si è imposta la normalità del dramma, perdendo la dimensione collettiva e la capacità di evocazione. L’Italia si presenta come nazione laicizzata di fronte al mistero, una cultura che rende orizzontale qualunque verticalità e se ne frega di ciò che segna la storia. Una pesante secolarizzazione tritura la memorabilità… I morenti e i morti, al ritmo del doppio rispetto alla prima ondata, sono stipati in freddi numeri da bollettino. Anime rese orizzontali. Discettazioni vaccinali, se va bene la seconda dose e quale marca scegliere, in uno shopping che sarebbe surreale, se non fosse esso stesso tragico. L’autentica tragedia è l’assenza del sentimento tragico. Una nazione prigioniera in un delirio di autosufficienza, garantita dalla tecnologia e dalla ricerca, che però nessuno intende finanziare e che si pretende istantanea. Non si può nemmeno parlare di rimozione del dolore, perché qui si è piuttosto davanti a un clamoroso handicap, una pelle priva di recettori nervosi, il dolore proprio non si sente. E dunque il dolore non ammaestra.” (Giuseppe Genna, in L’Espresso, n. 15/21, p.25). Un’analisi “radicale” che stimola e provoca a porre domande di senso anche per la nostra azione pastorale.

Certamente l’essere ritornati alle celebrazioni in presenza, sia pure con numeri contingentati, ci ha fatto ritrovare il calore di fratelli che insieme fanno memoria del Signore Gesù e, in questo tempo di prova, trovano forza nella condivisione della Parola e del Pane per continuare ad attraversare un deserto che sembra dilatarsi nel tempo e nello spazio. Lo abbiamo sperimentato in maniera particolare durante le celebrazioni della Settimana Santa appena trascorsa. Ma se tutto questo stempera la solitudine e la fatica e rinsalda la speranza, non può esimerci dal chiederci che cosa sta avvenendo nel profondo della coscienza della gente e in modo particolare dei ragazzi che ormai non vediamo da tanto tempo. E se, nel lungo periodo, la contrazione dei praticanti sarà confermata, questa crisi avrà anche portato le persone ad una maggiore consapevolezza di fede? Quale sarà la situazione da cui si ripartirà? La “forma” della Chiesa stessa, la sua postura nella concretezza dei nostri territori, sarà ancora quella che abbiamo conosciuto?...

Nel profeta Ezechiele (cc. 36-37) Dio si impegna a ridare forma ad un popolo scoraggiato e disperso attraverso una serie di azioni che indicano un vero e proprio evento di rinascita. Ebbene questo movimento di rinascita, di ricomposizione di un corpo comunitario – vi radunerò, vi ricondurrò – e poi di rianimazione del medesimo corpo – un cuore nuovo, uno spirito nuovo – è proprio ciò che il Risorto ci offre anche in questo tempo complicato e difficile. Egli ci cerca, ci attende, ci insegue in qualsiasi latitudine la nostra vita possa trovarsi o smarrirsi. Ma, al contempo, attende che noi condividiamo con i fratelli la memoria e il desiderio della sua presenza, che diventiamo “fratelli tutti”, cioè una Chiesa che non celebra sterili riti, ma vive liturgie in cui tutti hanno un’occasione unica e privilegiata di accogliere e custodire la forza dello Spirito Santo. La Pasqua del Signore ci insegna che l’amore non si improvvisa, ma si costruisce, a poco a poco, lentamente, attraverso gesti e parole ripetute nel tempo, attraverso le quali si impara a morire a se stessi fino a diventare “un cuore solo e un’anima sola” (At 4, 32) con gli altri, senza considerare nostra “proprietà” quello che ci appartiene, ma affrontando sempre la sfida della condivisione. Ancora oggi Cristo rimane fedele alla scelta fatta per noi e per tutti. Attende di incontrarci l’ottavo giorno di ogni settimana, cioè sempre. E ci consegna la libertà di fare altrettanto, per allargare i confini della Chiesa e gli spazi di risurrezione dove uomini e donne possono non solo riconoscersi, ma anche sentirsi fratelli e sorelle, in una comunione profonda e concreta dove ciascuno è raggiunto e accompagnato “secondo il suo bisogno” (At 4, 35).

Don Gigi Toma
Fraternità Sacerdotale Jesus Caritas

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