Salvatore Sciannamea

In un mondo dove sono migliaia le essenze di profumi, per poter rendere gradita la propria presenza accanto agli altri, credo che sia fondamentale scoprire il profumo di cui solo gli uomini sono in grado di costruire la vera presenza che si fa comunione: la preghiera. È attraverso la preghiera infatti che Charles de Foucauld ha scoperto Gesù come fratello universale. Pregando insieme ci si accorge, nel beneamato fratello Gesù, che il Padre Nostro ci spinge ad uscire da ogni intimismo, non tanto per ascetismo o volontarismo, ma semplicemente perché, come l’incenso emana profumo quando è bruciato, così la preghiera, quando è vissuta, emana il profumo della fraternità. Ci sono quadri che emanano il profumo della bellezza.

Ciò che il profumo produce per il naso, la bellezza lo sprigiona per gli occhi. Pregare è bello, non è un caso che il Vangelo presenta le meraviglie del battesimo e della trasfigurazione di Gesù in un contesto di preghiera. Pregare insieme porta a guardarsi con una luce nuova, la preghiera trasmette luce dagli occhi di chi entra in comunione con il Signore. Come il buio mette in risalto le sfumature di luce in un quadro, così la preghiera che passa attraverso il buio della prova e del deserto, trova nella luce dei fratelli l’effetto della luce di Dio che si può intravedere nello spirito di fraternità con tutti. Allo stesso modo, quando il buio della fragilità umana nelle relazioni, il dubbio del cuore e l’incertezza degli affetti sembrano adombrare lo spirito, la preghiera è luce che illumina lo stare insieme, facendo gustare il Dio Comunione in comunione divina, nella fraternità.

Contemplando il mistero della Resurrezione, la preghiera diventa esperienza di vita nei luoghi di prova e di morte, non solo per la comunione dei santi, ma anche per la luce che emana da chi vive la prova e la malattia. La vita di chi prega diviene a sua volta invocazione, per i fratelli poiché l’amore vissuto è l’incenso gradito a Dio, diventa profezia di speranza che lascia intravedere le meraviglie di Dio. La preghiera e la vita fraterna diventano così due facce della stessa medaglia, profumando di Dio. La vita di preghiera e fraterna nella dimensione verticale ed orizzontale parlano, infatti, nel loro incontro dell’autentico amore, segno della croce, gemmata dalla resurrezione di Gesù, che emana la luce increata della bellezza che non passa, vincendo le morti della tristezza, della paura e della solitudine.  Lo sguardo di chi crede costruisce i ponti della fraternità, abbatte i muri della diffidenza; il cuore di chi ama grida l’amore di Dio che abbatte i confini e le separazioni, frutto della tristezza la cui linfa è la solitudine, alimentata dalla radice dell’indifferenza.

La preghiera spinge ad una fraternità che travalica le sensibilità emozionali o psicologiche, ma che trovano la loro roccia nel rapporto con Gesù, di cui l’altro è sua immagine e presenza. Charles de Foucauld è andato oltre il pregare, lo studiare e il lavorare, tipiche della spiritualità monastica, giungendo al fratello povero, come si giunge a conoscere Gesù, attraverso la preghiera e l’amore. Si potrebbe dire che, per lui, il motto che andrebbe bene sia «prega il beneamato Fratello amando i fratelli e ama il beneamato Fratello pregando per loro». La vita di preghiera è un amore offerto ai fratelli nella supplica e nell’intercessione, la fraternità invece diventa il frutto del sacrificio gradito a Dio come profumo di incenso. Nella preghiera il fratello non si ferma alla religione, cultura, tradizione; in Gesù beneamato fratello, Charles si riconosce fratello universale. Nella sua esperienza riconosciamo come ogni uomo, ateo o credente, violento o pacifico, diviene fratello; attraverso la preghiera si amano i vicini, ma ogni uomo diventa prossimo. Pregando ci si approssima, ci si avvicina in intima comunione a chi ti è accanto, ma allo stesso tempo ad ogni uomo ed ogni donna. La loro presenza si trasforma in un insopprimibile bisogno di rivolgersi a Dio, nel sostegno e nel senso di appartenenza ad un’unica famiglia, quella di Gesù fratello che ci rende tali.

La logica del triduo pasquale ci fa gustare la tavola di Dio, nell’immersione eucaristica, per abbracciare la liturgia del fratello, tirandolo fuori dai suoi sepolcri, attraverso la diaconia dell’amore che, in Cristo, raggiunge l’incondizionatezza della autentica libertà, la totalità dell’offerta di sé stessi e la gratuità del dono nel proprio esserci. Perché la fraternità non si fermi ad una dimensione sociale o ad uno slogan, ha bisogno del respiro di Dio, la preghiera; ma affinché ci sia autentica preghiera, c’è bisogno di vera condivisione, di vivere la fraternità concreta che passa dalla presenza, talvolta scomoda, di chi ti è accanto, ma che ti chiede semplicemente di essere amato come si ama il beneamato fratello Gesù.

 

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