Abbiamo chiesto a don Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, una riflessione su come la spiritualità del Beato Charles de Foucauld, può aiutare la conversione pastorale delle nostre Chiese locali. Ci ha inviato questa bellissima meditazione che affidiamo alla vostra lettura.

Perle preziose per una Chiesa di popolo

L’eredità di fr. Charles

 

Se penso all’eredità che fr. Charles come uomo e sacerdote può lasciare a ogni sacerdote e a ognuno di noi, la prima immagine che mi ritorna nel cuore è legata al gennaio del 1908.

Fr. Charles è inchiodato al proprio letto, non riesce ad alzarsi senza rischiare di rimanere soffocato, è affetto da scorbuto, vittima di una carenza alimentare, ha cinquant’anni ed è alla metà della sua esperienza sahariana. Nell’estate precedente, vedendo che la gente non aveva nulla da mangiare aveva condiviso tutte le sue riserve alimentari; sta anche vivendo un periodo di solitudine (in pochi si recano in visita da lui) e di prova profonda a livello spirituale. È come se sperimentasse il fallimento della sua vita, della sua presenza al popolo Tuareg e della sua missione.

I Tuareg, consci della loro responsabilità nei confronti del loro ospite, si prodigano come possono per salvarlo. Scrive in marzo alla cugina: “Sono andati a scovare nel raggio di quattro chilometri tutte le capre che avessero un po’ di latte in questa terribile siccità. Sono stati molto buoni con me”.

Con questo latte riesce a riprendere forze, la gente del posto lo ha salvato.

Quello stato di debolezza e di malattia gli ha permesso di vivere un rapporto nuovo con quegli uomini, da quel momento la loro amicizia si rafforzerà. È una vera e propria conversione, forse prima aveva creduto di poter fare a meno di quella reciprocità. Fino ad allora si era dispensato nel dare: elemosine, cibo, ascolto e consigli, insengando persino alle donne Tuareg a lavorare a maglia. Dopo questa esperienza scopre la dimesione del ricevere entrando in una relazione di parità che più di qualsiasi parola o azione da dignità all’altro, questa diventa per lui “perla preziosa”.

Credo che ci siano delle “perle preziose” nel nostro vivere che devono assolutamente essere conservate nel cofanetto del nostro quotidiano.

“La perla della reciprocità”. Comincio da quest’ultima perla che fr. Charles ha scoperto nell’estrema debolezza.

Forse a noi è dato di non essere sempre “forti, saggi e con le idee chiare” ma anche custodire le nostre debolezze, i nostri limiti, le nostre fragilità, come spazio privilegiato, luogo dove lo Spirtio agisce e rende possibile il miracolo della reciprocità, spazio per riconoscere che abbiamo bisogno dell’altro.

Una Chiesa non autosufficiente ma che sappia ricevere il dono che ognuno è, ciascuno differente dall’altro: dono che viene da esperienze e da ricerche diverse, dono che, se ha lo spazio per essere condiviso in amicizia (come lo è stato il latte per fr. Charles) può diventare risorsa preziosa nella debolezza e dare vita nuova.

“La perla della vicinanza”. Fr. Charles si è fatto prossimo al popolo Tuareg, cercando di raggiungere i sempre più lontani ha spostato più volte la sua “tenda” che aveva piantato in mezzo a loro.

“L’amore di Dio, l’amore degli uomini, è tutta la mia vita, sarà tutta la mia vita, lo spero”. (Lettera a H. Duveyrier 24.4.1980)

Forse a noi è dato di interrogarci sulla nostra vicinanza alla gente, ai più lontani a chi crediamo “irragiungibile” è dato di saper spostare in continuazione la nostra tenda seguendo la realtà che cambia.

Una Chiesa fatta di uomini e donne che sanno essere leggeri, sanno cambiare i propri “programmi pastorali” per essere pastori, veri nomadi. Una Chiesa che si fa vicina al territorio, raggiungendo le persone nelle loro case, lungo le strade, provando compassione, cercando insieme soluzioni ai problemi e alle fatiche incontrate e che sa gioire di ogni passo verso un’umanità ritrovata.

“La perla della comprensione”. Dai primi contatti con i nomadi fr. Charles, senza giudicare, ha cercato di studiare e capire la loro cultura, ha ascoltato le loro poesie, i loro canti, ha intrapreso l’enorme opera di un dizionario tuareg/francese. Ha alzato la voce contro la piaga della schiavitù ancora ben presente al suo tempo, ha riscattato diversi schiavi senza cercare di convertirli al cristianesimo.

“Ogni cristiano deve considerare ogni essere umano come un fratello amatissimo... Per ogni persona avere i sentimenti del Cuore di Gesù”. (Lettera a J. Hours 3.5.1912)

Forse a noi è dato di poter avvicinare la storia di chi ci è accanto ascoltando i canti e le poesie portarte nel cuore di ognuno, ascoltando la “loro lingua” così diversa, a volte, dalle nostre comprensioni mentali.

Una Chiesa di uomini e donne che sanno tradurre i linguaggi ascoltati e raccoglierli nel grande vocabolario della comprensione, dove ogni parola raggiunge il suo significato più profondo. Una Chiesa che sa alzare la voce contro le schiavitù che attanagliano il proprio territorio con chiarezza, audacia e rimettendoci di persona.

“La perla del silenzio e della contemplazione”. Tutta la vita di fr. Charles è stata ricerca del Volto di Gesù nella Parola, nel silenzio e nella contemplazione. Trascorreva lunghe ore davanti all’Eucarestia, parlando a Gesù cuore a cuore come a un amico, guardava a Lui come un modello da seguire, il “modello unico” della sua vita.

“L’adorazione.... Quest’ammirazione muta che è la più eloquente delle lodi... Questa ammirazione muta che racchiude la più appassionata delle dichiarazioni d’amore”. (Scriti spirituali)

Forse a noi è dato di bere sempre di più alla sorgente della Parola, del silenzio, della contemplazione per riscorprire ogni giorno quell’acqua viva che disseta il nostro cammino nella ricerca del suo Volto. Sorgente che a volte é seppellita da sassi e terriccio, da mille preoccupazioni che riempiono la vita, a noi è dato di scendere nel più profondo di noi stessi e bere a piene mani di quest’acqua fresca che dona gioia.

Una Chiesa che diventa fonte d’acqua per ogni viandante che vi transita, da qualunque strada arrivi, in qualunque luogo sia diretto. Una Chiesa che vede sia nell’Eucarestia che nei suoi fratelli e nelle sue sorelle più poveri la persona di Gesù.

“Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, mussulmani, giudei a considerarmi come loro fratello. Il fratello universale. Cominciano a chiamare la casa “fraternità” e questo mi é dolce”. (Lettera alla cugina M. De Bondy 7.1.1902)

“La perla preziosa del dono della vita”. Il primo dicembre del 1916 fr. Charles scrive due lettere. In una, a Luigi Massignon, dice: “Non bisogna mai esitare a chiedere posti in cui il pericolo, il sacrificio, l’abnegazione sono maggiori: l’onore, lasciamolo a chi lo vorrà, ma il pericolo e la sofferenza richiediamoli sempre. Cristiani, dobbiamo dare l’esempio del sacrificio”.

Nell’altra, alla cugina, scrive: “Il nostro annientamento è il mezzo più potente che abbiamo per unirici a Gesù e per fare del bene alle anime”.

In quello stesso giorno, verso sera, viene catturato da una banda ribelle simpatizzante dei Senussiti, un ragazzo lo sorveglia mentre gli altri saccheggiano il fortino dove abitava in quel tempo, questo giovane colto dal panico, sentendo arrivare dei cammelli arabi, lo uccide sparandogli alla testa.

Forse anche a noi è dato di sentire profondamente la responsabilità delle persone che ci sono messe accanto, è dato il desiderio di donare la vita per loro senza cedere a compromessi, senza cercare vanagloria o onore.

Una Chiesa capace di “chiedere posti in cui pericolo, il sacrificio sono maggiori”. Dei sacerdoti che fanno la scelta piroritaria delle periferie, che sanno sostenersi a vicenda per cercare cammini comuni davanti alle situazioni di disagio e di pericolo, sapendo donare, per amore e per amare, la propria vita fino in fondo. Sacerdoti che sanno vegliare insieme per non cadere nel rischio dell’imborghesimento e del girarsi dall’altra parte preferendo scelte più facili.

Una Chiesa che può pregare, nel quotidiano, non senza timore e tremore:

“Padre mio, io mi abbandono a te,

fa di me quello che ti piace.

Qualunque cosa tu faccia di me ti ringrazio.

Sono pronto a tutto, accetto tutto

purchè la tua volontà si scompia in me e in tutte le tue creature,

non desidero niente altro mio Dio.

Depongo la mia vita nelle tue mani,

te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore perchè ti amo.

Ed è per me un’esigenza d’amore il donarmi,

il rimettermi nelle tue mani con una fiducia infinita

perchè tu sei il Padre mio”.

don Domenico Battaglia

arcivescovo di Napoli

 

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