La scena della lavanda dei piedi (Gv 13,1-15) è stata sempre legata all’idea del servizio in spirito di umiltà. Gesù, il Maestro e Signore, s’è fatto servo, compiendo ciò che era riservato allo schiavo. È la lezione che ricava Gesù stesso da questa parabola in atto: che i discepoli sappiano ormai come comportarsi, poiché il discepolo non è più grande del maestro. Se Gesù si è fatto l’ultimo di tutti, i suoi discepoli non possono altro che rivaleggiare fra di loro in umiltà, come dice Paolo ai Cristiani (cfr. Fil 2,3; Col 3,12-13). Questa scena può essere letta nel contesto degli inizi della Chiesa, dove già sorgevano le prime rivalità. Ma essa potrebbe essere d’attualità lungo tutta la storia della cristianità. È in questo spirito che il rito fu istituito quando si cominciò a commemorare la cena del Signore, il Giovedì santo.

Tuttavia, non era stato detto tutto, dopo gli incessanti inviti di Gesù a rompere con lo spirito di competizione, di ambizione, di rivalità che minava la piccola squadra attorno a lui? Basti ricordare come i figli di Zebedeo si fecero rimettere al loro posto; le pungenti parabole di Gesù davanti agli intrallazzi di coloro che cercavano di occupare il primo posto nei banchetti; i rimproveri amari, soprattutto, rivolti ai Farisei che non sognavano altro che onori.

Questa scena acquista un altro rilievo dall’ora in cui Giovanni la colloca e dal modo con cui la introduce. Il tono è solenne. La Pasqua, la più grande festa giudea, è vicina. Per Giovanni, tutti gli atti messianici sono legati ad una festa liturgica. Ora il testo (Gv 13,1) descrive le caratteristiche messianiche di Gesù: potere, regalità, origine celeste, esaltazione nella gloria. La parola «sapendo», usata due volte (Gv 13,1.3) per rafforzarne il senso, dà al gesto un valore che lo colloca al di là del semplice contesto. Non si tratta di un fatto preso a caso, ma di un atto che rientra nel piano divino che Gesù sta per portare a compimento.

L’ordine rovesciato
Questo solenne approccio all’argomento (Gv 13,1-4) contrasta con la semplicità di ciò che segue. Un solo versetto: «versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavre i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto» (Gv 13,5).
Tornano alla mente le parole di Gesù: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37). E anche: «chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,27).
Abbiamo la risposta di Dio all’accoglienza che aveva ricevuto presso gli uomini nella persona di Abramo, il credente. L’ordine, allora, è invertito. Non è più l’uomo che riceve Dio nei panni di un visitatore, è Gesù che riceve i suoi discepoli nell’intimità della sua vita. Non si tratta di una lezione simulata: «Vi ho dato infatti l’esempio» (Gv 13,15). Questo gesto ha lo scopo di creare un nuovo ordine di relazioni: «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (Gv 13,8). Si tratta di aver parte con Gesù. Questo dà il tono del dialogo: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15).
Il senso del gesto di Gesù non sarà, tuttavia, immediatamente percepibile. La reazione di Pietro lo prova e credo che noi avremmo fatto lo stesso. Non può sopportare di vedere Gesù «abbassarsi», quel Gesù che egli considera così al di sopra di lui.

Dio si abbassa
Tutto, nel vangelo, dimostra la predilezione di Dio per ciò che è piccolo e umile. Matteo e Luca insistono sull’estrema semplicità delle origini di Gesù: povertà di Betlemme, oscurità di Nazaret. Quello he l’apostolo Paolo commenta:
«Cristo Gesù,
il quale, pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,6-7).


Dio si è abbassato. Giovanni non racconta né i primi anni di Gesù né la sua nascita a Betlemme, ma il prologo evoca la venuta del verbo nel mondo, venuta che appare come un atto d’amore di Gesù, d’un amore improntato all’amicizia: «Venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14).

Dio, tra gli uomini era a casa sua. Viene alla mente il libro dei Proverbi:
«Quando egli fissava i cieli, io ero là;
quando tracciava un cerchio sull’abisso;
quando condensava le nubi in alto,
quando fissava le sorgenti dell’abisso; quando stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le fondamenta della terra,
allora io ero con lui come architetto
ed ero la sua delizia ogni giorno,
dilettandomi davanti a lui in ogni istante;
dilettandomi sul globo terrestre,
ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo» (Pr 8,27-31).


Ciò che noi chiamiamo umiltà di Dio, non è altro che il volto del suo amore.

Il gesto d’amore
La scena della lavanda dei piedi risponde al prologo. Da qui lo stile solenne, l’importanza della parola “sapendo”, amplificata al versetto successivo e che dà al gesto di Gesù tutto il suo peso. Soprattutto l’ombra di Giuda che si profila come una minaccia contro l’opera divina, annunciando la passione di Gesù.
Rivolgendosi ai Filippesi, Paolo prosegue:
«Umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce» (2,8).


L’abbassamento di Dio, che viene non solo a prendere la nostra umanità, ma a prenderla nel suo livello più basso, fino al cuore del suo rifiuto, sarebbe incomprensibile se non fosse un gesto d’amore. È ciò che Gesù ha appena rivelato. Pietro non può capirlo: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo» (Gv 13,7). Lo capirà quando, dopo averlo rinnegato, incontrerà lo sguardo amorevole di Gesù.

Prendere l’ultimo posto non può essere confuso né con la falsa umiltà né con quella cattiva timidezza che allontana da qualsiasi responsabilità. L’ultimo posto, frère Charles l’aveva presagito, è Gesù che l’ha preso, scendendo più in basso di noi stessi. Siamo invitati ad entrare nel mistero del suo abbassamento: «Il calice che io bevo anche voi lo berrete» (Mc 10,39), dice Gesù ai figli di Zebedeo, che volevano partecipare della gloria nel suo Regno. Ma prima di entrare in un così grande mistero, è necessario che seguiamo il comandamento di Gesù: lavarci i piedi gli uni gli altri. Questo implica una comunanza di vita fondata su un altro ordine di valori, come se, al di là delle inevitabili strutture sociali, ci fosse una sorta di elemento nuovo che unisca gli uomini tra loro. Questo elemento è la vita donata da Gesù, generata da lui nell’ora della sua passione.

Si capisce perché il tema della lavanda dei piedi è fortemente legato a quello del tradimento di Giuda. È nella morte di Gesù e nel suo passaggio verso il Padre che sarà ristabilito l’ordine nuovo, quello retto dal comandamento: «Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Gv 15,12). Allora la saggezza divina, come l’ha vista l’autore ispirato, porrà ancora «delizie tra i figli dell’uomo» (Pr 8,31) e li inviterà al banchetto sacro.

Una piccola sorella di Gesù
In: «Jesus Caritas», n. 77/gennaio 2000, 25-30.

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