Nel giorno i cui abbiamo ricevuto la bellissima notizia della data della canonizzazione di Charles de Foucauld il prossimo 15 maggio 2022, abbiamo ricevuto questa bella riflessione di don Gianni Caliandro, rettore del Pontificio Seminario Regionale Pugliese, sulla spiritualità di Nazareth come paradigma per la formazione dei futuri presbiteri. 

Che cosa ha da dirci la spiritualità di Charles de Foucauld, se provassimo a trarne alcuni elementi di ispirazione per le dinamiche della formazione in un seminario?

Forse possiamo dire così. Innanzitutto l’attenzione alla vita nascosta di Gesù, prima che agli anni della sua missione messianica - che ha bisogno di essere guardata a partire dalla sua radice, dalla sua lunga e nascosta preparazione -  ci ricorda che nell’accompagnamento formativo riveste una grande importanza aiutare i giovani a cogliere le radici interiori di quanto si vive e si esprime esteriormente.

Di solito, quando un giovane uomo bussa alle porte del seminario, è tutto sbilanciato sul desiderio di diventare prete. L’attenzione, la gioia del cuore, la fretta del desiderio, tutto è come prospetticamente orientato lì. E non è necessariamente un male, anzi è l’espressione dell’entusiasmo giovanile che tutti abbiamo assaporato, di quel gusto un po’ salato che solo i vent’anni hanno e il cui ricordo ci portiamo ancora sulle labbra.

Ma la sapienza educativa vuole che ad un certo punto si rallenti, e si volga l’attenzione sulla propria vita interiore, nascosta, appunto. Non si può costruire una scelta di vita senza farsi ascoltatori di che cosa si muove davvero nel cuore, e di come quel desiderio che ci fa volare e arrivare fin dentro quell’orizzonte lontanissimo ed affascinante, debba poi fare i conti con lo spazio vicinissimo, quello interiore, quello che ci fa vigilanti ed autentici – prima di tutto con noi stessi! – in riferimento a come siamo fatti concretamente, alle caratteristiche che ci rendono originali ed unici. Lo dobbiamo fare proprio per restare fedeli a quel desiderio, che ha - nella sua realizzazione - delle conseguenze e delle esigenze verso le quali dobbiamo andare con la nostra concretezza di persone, con ciò che si muove dentro, con l’originalità specialissima con cui la vita soffia dentro ciascuno di noi. Nessun desiderio può fare a meno della “vita nascosta” di chi lo esprime e si pone realisticamente in una disposizione a realizzarlo.

Se in questo primo senso possiamo intendere la vita nascosta come un’attenzione all’ascolto del cuore, un ulteriore ispirazione può aiutarci: Nazareth, nel cammino formativo, è anche una dimensione interiore spirituale fortissima, che resta sempre, anche quando si va avanti nel cammino della formazione … e in quello della vita. Nazareth è quel luogo intimo che ti permette di passare dal sacrificio di te stesso al dono di te stesso, come dice Papa Francesco nella sua recente Lettera Apostolica Patris Corde: “Ogni vera vocazione nasce dal dono di sé, che è la maturazione del semplice sacrificio” (PC n. 7). Il sacrificio di te stesso lo puoi fare, e forse tutti lo facciamo in diversi momenti della nostra esistenza, per tante ragioni: perché cerchiamo la coerenza, per dare corpo alle nostre convinzioni, per restare fedeli agli impegni, perché la stessa vita ci porta con sé, a volte ci trascina, lungo le strade che abbiamo scelto nel passato e chiedono di essere ancora perseguite. Ma poi, un giorno, nel cuore, avviene qualcosa che non sai neanche dire bene: ti senti figlio amato, senti che è Lui che ti sta edificando, da dentro, è lui la Vita che ti aiuta a restare vivo, l’Amore che ti aiuta a mettere i tuoi passi amando a tua volta. Stai lì, in quei momenti benedetti, avvolto dalla sua presenza, ti senti generato e inondato dal dono che Dio ti sta facendo di sé stesso nell’amore. Tanto che puoi chiamare Nazareth casa anche tua, il luogo in cui senti che è Dio che ti sta facendo nascere e crescere come un figlio sostenuto dall’amore del padre e della madre. Da quel momento, tutto ciò che dici, quello che fai, il tuo stesso servizio ministeriale, tutto è un dono che cerca di rispondere a ciò che sai di avere ricevuto. Non c’è più desiderio di coerenza che tenga, né convinzione che sorregge solo la mente senza coinvolgere il cuore. Tu vivi rispondendo al dono che il Signore ti ha fatto donando te stesso. L’esperienza di Nazareth, che ha fatto di te un figlio, nutre l’amore e la libertà che fanno maturare il sacrificio in dono.

E anche la cifra della fraternità universale, altra luminosa ispirazione che impariamo da Charles De Foucauld, ti aiuta a restare un abitante delle regioni del dono. Perché quando tu senti che la comunità in cui vivi, le persone che la compongono, sono davvero tali, fratelli, sorelle, un dono, una casa in cui ricevi e scambi affetto e compagnia, allora rispondi con il dono di te stesso mentre assumi una postura di servizio e di cura pastorale. Il tuo ministero di prete diventa il tuo modo di ricambiare ciò che hai ricevuto e ricevi sempre. È questo senso di fraternità, è la fiducia in un legame nel quale senti che puoi dare e ricevere affetto, che rende possibile vivere il celibato restando non nel sacrificio di te stesso, ma nel dono di te.

 Certo, il celibato ha bisogno della bellezza infinita dell’amore di Dio, ma si nutre anche, nel suo equilibrio povero, della vicinanza di tante persone che pian piano scorgi essere un dono per te. È quando ti senti fratello, che puoi iniziare a stare anche come padre in mezzo alla comunità. Un prete che si sente fratello, sarà anche un buon padre. E non un padre che si sacrifica, ma un padre che si dona.

 

Gianni Caliandro

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